Giorgia Filippi
25 agosto 2014

Come una specie di sorriso


Finalmente è arrivata la valigia.
La apro subito sperando che l’ananas non abbia fatto danni, chiuso lì dentro per tre giorni a stretto contatto coi vestiti.
Tutto apposto.
Anzi, il suo profumo mi riporta per un attimo nella nostra cucina: quanti pasti abbiamo condiviso? Uno su tutti: la cena di ferragosto. Il “turno cena” tocca a Madda e Ale, che non si lasciano vincere dalla stanchezza della gita diurna nella capitale, Lomè, e decidono di organizzare una serata speciale. Ci danno il permesso di aprire la porta solo dopo una buona mezz’ora. «È pronto», sentiamo urlare, mentre noi altri siamo tutti in camera mia e di Dami, chi seduto sui letti e chi per terra, a chiacchierare e ridere. Apriamo la porta della cucina: le luci sono spente ed il tavolo da pranzo non c’è più. Al suo posto, però, ci sono una serie di candele che ci accompagnano fino in terrazza. Ecco il tavolo, illuminato da un cielo super stellato. Quasi tutti indossiamo felpa con cappuccio rigorosamente alzato e sciarpa. La portata principale è l’onnipresente pasta ed i bicchieri sono i soliti spaiati. Ma noi non abbiamo freddo. Crediamo che quella pasta abbia un gusto simile ai pizzoccheri e, con quei bicchieri spaiati, brindiamo al ferragosto più magico di sempre.

Gototogo 2014
Anche i vestiti e le stoffe sono arrivate a casa sane e salve: la gonna-pantalone confezionatami da Pippi ed indossata l’ultima sera alla festa con tutti i ragazzi e gli amici del Centro Sociale, le stoffe comprate d’impulso al mercato del primo giovedì così come quelle prese durante l’ultima passeggiata pre-partenza, condivisa con Fede sulla terra rossa di Kouvè.
A proposito di terra rossa. Mi cade l’occhio sui jeans indossati per andare a casa di Victor in mototaxi: sono talmente sporchi che sembra mi sia rotolata nella polvere! Ma quanto è stato bello girare per il villaggio su di una moto “formato famiglia” assieme a Dami?
Apro poi la tasca esterna, all’andata lì ci avevo messo sandali e ciabatte. Ora invidio quei sandali e quelle ciabatte che sono rimasti là e, al contempo, mi riempio di gioia perché finalmente ritrovo i miei inestimabili cadeaux: il cuore coloratomi da Mario, i disegni di Josephine, il caleidoscopio di Bruno, i bijoux di Sylvan e Gastor con i rispettivi bigliettini di accompagnamento, la lettera impeccabile di Prince ed addirittura un messaggio di Etienne indirizzato a mio fratello.

È impossibile condensare tre settimane di vita in un post, figuriamoci d’Africa!
Mi fermo quindi qui, sperando che questo mini-racconto abbia acceso in qualcuno la curiosità di conoscere ancor meglio questo straordinario mondo.
Se, al contrario, non si fosse capito niente di quel che ho scritto…vabbè, ne approfitto almeno per lasciare un messaggio personale a Kouvè, agli amici con cui ho condiviso quest’avventura ed a quelli che ho conosciuto vivendola:

Akpelo, per ogni piccolo momento che mi ha fatto grande il cuore.
Eyizande, perché non posso salutarvi in altro modo.

Chiudo con l’immagine finale evocata da De Andrè ne Il Pescatore, l’inno del nostro campo. Fra, inizia pure a suonare…noi ti seguiamo senza stonare (o almeno ci proviamo)…

Ma all’ombra dell’ultimo sole
si era assopito un pescatore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso
E AVEVA UN SOLCO LUNGO IL VISO COME UNA SPECIE DI SORRISO.