ENrica, Giulia e Silvia con i bambini di Kouvé
14 febbraio 2014

Appunti di viaggio


1) Abbiamo finalmente raggiunto Kouvè: il viaggio della speranza. In aeroporto siamo stati stipati dentro un piccolo autobus (!??!), ci siamo stati tutti e nove + 2 = bianchi + neri! Valigie sul tetto ASSICURATE da una rete di maglie di ferro, viaggio non proprio confortevole su un asfalto che, come ci si poteva aspettare, è durato solo pochi metri fuori dalla capitale, poi buche, sassi, salti.
Ma tanto io dormivo.
2) La terra. La cosa che ad ora mi ha più colpito. Questa Africa mi sta offrendo una finissima, quasi farinosa, ma compatta, terra rossa. Rosso come ogni bambino si immagina sia il colore dell’argilla usata in Mesopotamia per le prime costruzioni in mattoni raccontate dalle maestre in terza elementare. Un rosso che ha qualcosa di ancestrale, come la terra che ci sta accogliendo nella nostra prima fresca nottata d’Africa.
3) Zanzare non se ne vedono ancora (stanno preparando l’assalto finale alla nostra partenza. Sono scaltre. Agiscono con la sana e vecchia ma sempre buona azione a sorpresa, quando meno te l’aspetti e quando hai abbassato le difese o meglio imbarcato l’Autan in valigia).
4) Ogni giorno sta scorrendo sovrapponendosi freneticamente al precedente. La prima settimana è scivolata via, e a noi tutti sembra di essere qui assieme da almeno un mese. Bilancio spirituale: negativo. Mi sento addormentata. E allo stesso tempo mi rendo conto di essermi invischiata da sola in questo impasse emotivo. Impastata, avvinghiata da ogni lato nella Pat.
L’Africa mi sta mostrando l’essenza. I sentimenti. Le emozioni. Qualcosa che noi abbiamo imparato a sorvolare, tralasciare. Qualcosa che ci hanno insegnato mettere da parte. Invece qui no.
Qui tutti sembra che soffrano più intensamente. Che siano felici con più trasporto. Che vivano di più. Sembra di essere qui da un mese perchè una vita così si vive il doppio. L’Africa mi sta regalando anche tempo.
5) Non mi avrebbe stupito la morte sua e della piccola bambina non ancora nata.
La “donna bellissima” era in uno stato psicofisico disperato, con la flebo di ossitocina in vena che svuotandosi di goccia in goccia nel tubicino trasparente, sembrava una clessidra che sgocciolava granellini di sabbia in un conto alla rovescia al momento del parto.
Mentre il farmaco faceva il suo dovere, ha partorito un’altra mamma. Arrivata sul lettino, in quattro e quattrotto il bambino è stato sparato fuori. Letteralmente. L’immagine più azzeccata me l’ha suggerita più tardi Alessandra “è stato come far sgusciare fuori dal proprio incarto un wurstel sottovuoto”. Bleah.
Tenetevi Ginecologia. Tenetevela tutta proprio, cari compagni di corso.
Alla fine sono nate due femmine, una dalla donna bellissima, una dalla partoriente-più-veloce-della-storia. E la figlia della prima, alla ricerca di un nome che le portasse fortuna, è stata chiamata da noi “Lucia”. Il giorno dopo questo era anche il nome che la mamma ci ha svelato averle dato.