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15 settembre 2014

Bruxelles, o l’arte di tornare a casa


Sulla pista di atterraggio di Bruxelles, baciato dal primo sole europeo, l’Africa comincia dolcemente ad essere un concetto (di cui sono geloso), un grande sogno a occhi aperti. Mi accorgo che quella che è stata la mia vita per 3 settimane ora è già poco meno di una traccia, che seguo impotente mentre arretra nello spazio sicuro dei miei ricordi. L’aria è fresca e pulita, il viaggio sul piccolo pullman (stipato di gente) è tortuoso, siamo sbattuti tutti uno contro l’altro; ognuno porta addosso il proprio viaggio. Tanti corpi, tanti viaggi che si scontrano e fanno scintille invisibili con l’occhio.

Nell’ora di attesa del prossimo volo (quello conclusivo, per Linate) voglio appuntare le prime impressioni del ritorno, momento mai definitivo e sempre un po’ segretamente tragico, nella vita di chi viaggia. Le sensazioni che uno prova quando torna sono sempre, diciamo, incontrollabili, come fisiologiche; tra lo sgranchirsi le gambe e fare la pipì nei bagni di fianco a Starbucks, il tuo corpo inizia a metabolizzare il fatto che stai tornando alla tua vita di sempre, al tuo continente di sempre, con tutti gli annessi e connessi.

Una ragazza africana, in piedi di fronte a me, ha uno zainetto decorato da un motivo tribale; io stesso indosso pantaloni larghi di sartoria togolese, un segno distintivo, che qui a Bruxelles mi rendono sicuramente turistico e simpaticamente stupido agli occhi della folla; solo una esotica nota di colore in coda al bar. Alcune ragazze di ritorno da chissà dove hanno la testa fitta fitta di treccine, ma i tratti vagamente vichinghi. La loro vista mi consola, stonano ancora più di me in questo contesto asettico.

C’è un prete nero che sta venendo in Europa. Penso ai ragazzi di Kouvé, che probabilmente non vedranno mai l’Italia, o il mio villaggio. Mi monta una rabbia incolore verso quegli uomini di Chiesa che per un motivo o l’altro hanno il privilegio di poter viaggiare, a fronte di tantissimi altri che magari se lo meritano ma non potranno mai. E’ la rabbia di un attimo, passa subito.

Al mio fianco c’è Marti, come sempre. Tra di noi in questo momento c’è di mezzo il fuso orario, 6 ore di volo notturno e il jet lag. Avverto una dolce stanchezza nei suoi gesti. Dovrò essere un po’ più attento io, in questi ultimi momenti, per lasciarla riposare senza troppi pensieri. Così come lei si è premurosamente occupata di me per queste ultime 3 settimane, giorno dopo giorno.

E ora, seduto nella mia sicura casa europea di una sala d’aspetto, penso all’ebola. Il primo giorno che ho appreso di questo virus, da una chiamata fatta dall’Italia, ho trascorso poi la notte all’ospedale del villaggio, al fianco di un amico che in quel momento aveva problemi molto più concreti di una possibile pandemia. Lo rifarei oggi stesso, se dovessi. Penso al virus, penso a questa malattia che in modo micidiale ha annullato le distanze, per una estate. Penso alla malattia in generale, che in ogni latitudine ed emisfero unisce nel dolore. Ma non è quello che ci si aspetta da chi viaggia per volontariato? Di portare in patria storie, nomi, visi, legati a sofferenza e disagi, disparità?Quante volte ci si aspetta da noi che si parli dei bimbi che muoiono di fame, o di chissà quale campionario di terribili situazioni umane?

Non è così. Noi siamo legati a loro dalle felicità. Esistono, certo, le situazioni di dolore, i bimbi denutriti, le madri malate di AIDS; chi viaggia le conosce bene queste realtà. Ma chissà perché poi quando uno torna, gli viene da parlare per giornate intere solo di una cosa, della felicità. Forse perché è così, in Africa la gioia e la felicità sono più contagiose perfino dell’ebola. La felicità di costruire insieme. E’ una considerazione provvisoria, da viaggio di ritorno. Costruire è il contrario di malattia, o forse è la risposta morale alla sua domanda fisica.

Mi intravedo nel riflesso dei vetri della hall; chi sono? La barba disordinata, un po’ di occhiaie, gli stessi vestiti addosso da molto. Chi sono? Nella luce del mattino non c’è spazio per una risposta; non oggi. Non esistono risposte nei viaggi di ritorno, solo domande, e riflessi nei vetri, inafferrabili.

Siamo quasi pronti ad imbarcarci sul prossimo volo, è il momento di salutare Fede che rimarrà per altre ore qui ad attendere il suo aereo che la riporterà in Sicilia, a casa. Giorgia è commossa,  ad essere sincero anch’io, ma è da ieri che provo a nasconderlo in due sciocchezze. Una foto di rito, è l’atto finale del GOTOTOGO 2014.

DSC01651 Potevo parlare di molte cose che sono il mio personale concetto di Africa. La strada per Kouvé, l’odore degli uomini e delle cose, l’arte dove non dovrebbe esserci niente se non la vita. Non è detto che non lo farò, in futuro, ma ora ho voluto concentrarmi sul mio rientro in Europa. Perché quando ritorni dopo un viaggio così, ti senti un po’ un super eroe. Perché tra poco è il mio compleanno e sono incline a fare dei bilanci sulla vita, o più semplicemente, un po’ più malinconico del solito.

Come ultimo vezzo mi concedo una lista semiseria di buoni propositi per rimanere con il cuore in Africa un po’ anche qui in Italia; perché la misura di un viaggio, tante volte, è anche la frivolezza.

10 BUONI PROPOSITI PER ESSERE UN CITTADINO DI KOUVE’ ANCHE QUI:

- Ridere tanto

- Salutare tutti, anche gli sconosciuti

- Imparare BENE il francese

- Imparare insieme a Nico anche un po’ l’Eve

- Guardare le stelle tutte le sere, cercando la Via Lattea

- Saper riconoscere il vento, sia d’estate che d’inverno

- Allenarmi in qualche passo di danza

- Dedicarmi un po’ di più alla mia forma fisica (provare a pomparmi di brutto come loro!)

- Cercare di non farmi fregare dai prezzi troppo alti, quando devo fare acquisti

Per ultimo, un po’ più serio. Nel prossimo container spedirò un paio di stivaletti pesanti numero 37. Sono per Jeanette, la mia piccola Jeanette, una bimba di 10 anni conosciuta nel 2011, e che da quest’anno ho deciso di sostenere a distanza, pagandole gli studi. E’ molto intelligente, un vulcano di vivacità, un po’ un maschiaccio, e ama più di ogni altra cosa ballare. DSC01635 Vive con una nonna vecchissima in una casetta vicino alla Misericorde. Anche se ha 10 anni tutti i giorni, dopo scuola, va a lavorare con sua nonna nei campi. Io me la immagino la con il sorriso sulle labbra, mentre cammina con la zappa in mano insieme ad altri bimbi del suo quartiere, sulle piste della brousse. Le regalerò un paio di stivaletti pesanti perché ho scoperto che ci sono i serpenti, proprio lì nei campi dove lei lavora, e che ogni tanto i serpenti, così, gratuitamente, mordono la gente. E proprio, non voglio che accada nulla di simile alla piccola Jeanette.

E con questo è davvero tutto, da Kouvé, per quest’anno.

Grazie a tutti voi che ci avete seguito, grazie a Marti, Giuli, Fra, Fede, Madda, Koffi, Michi, Gio, Dami e Chiara, che avete condiviso con me la strada, la fatica, la bellezza. Ci vediamo al GOTOTOGO 2015!

AleG

Bruxelles, 18 – 08 – 2014

ore 9:30