Ale, Nico e Albert a Massedà
18 febbraio 2014

Il mio primo risveglio e la mia prima notte


Sono due le cronache che voglio riportare, il mio primo risveglio e la mia prima notte in Africa, che paradossalmente sono avvenute con questa successione.

Sono memorie minime, nessuna grande impresa, ma se mi sforzo di ricordare proprio questo è perché troppe volte tendiamo a rimuovere le sensazioni, i gusti e i profumi, in funzione dei gesti e delle attività concrete; precludendoci così il sapore delle piccole cose che ci rendono umani, ancora umani.

Il primo risveglio
“far su le cose con gesto grezzo e grande/ che t’impari quel che è creato/ t’impari un sonetto di silenzi/ prima del rumore della ferramenta”
Nadia Agustoni

Gototogo 2010
La prima volta che ho aperto gli occhi in Africa è stata un paio d’ore dopo l’atterraggio all’aeroporto di Lomé, quando dopo aver sbrigato i convenevoli e caricati i bagagli sulla jeep sono partito assieme ai miei compagni verso il villaggio di Massada.
Quasi subito sono letteralmente caduto in un sonno rilassato dopo le lunghe ore di volo, ma svegliato di soprassalto dalle profonde buche nella strada i miei occhi ancora al sicuro -che ancora contenevano in sé le architetture e le geometrie occidentali della capitale- hanno provato uno stupore nuovo, mai conosciuto prima.
Stavo fissando dal finestrino una strada polverosa che la fresca luce del mattino aveva tinto di rosa e di celeste. C’erano tutti gli ingredienti per dire Africa, c’era la brousse pigra e molle di vegetazione, la terra rossa come un sangue o una passione e una manciata di capanne tirate su con quella stessa terra, dove già i bambini sbucavano sulle soglie con gli occhi ancora impiastricciati dalla notte, e stupiti dal nostro passaggio agitavano le mani. Gli uomini e le donne che da lì a poco si sarebbero incamminati verso i campi e le officine, si fermavano un attimo, seguiti dai cani randagi, a guardarci.
Era tutto lì, chiaro come il sole, eppure mi ci vollero dieci buoni secondi per rendermi davvero conto di dove mi trovavo, per convincermi che non stessi ancora dormendo.
Una sensazione del genere io non l’ho mai più avuta dopo allora, né qui né altrove. Lo straniamento.
E’ un ricordo confuso, breve, un istantanea sull’abisso, uno stupore. Però volevo raccontarlo per paura andasse perso.
E’ qualcosa che si inoltra nei meandri del sogno e si confonde nel corpo, una sensazione sul palato e nello stomaco, come l’amore, del resto.

Massada, ovvero La mia prima notte africana
“Forse è stato come trema il cuore/ a te, quando nella notte va via la luna/ o viene mattina e pare che il chiarore si muoia/ ed è la vita che ritorna vita…/ Forse è stato come si trema insieme/ così, senza saperlo, come Dio vuole…”
Franco Loi

La mia prima notte africana l’ho vissuta al villaggio di Massada.
Si, è vero, sono atterrato all’aeroporto di Lomé che era ancora buio ma quella non vale, quella mica è stata notte per davvero, lo era solo per le condizioni della luce; in realtà il cielo era già solcato dagli uccelli del mattino, in un buio meno buio e più cordiale.

Io intendo la notte africana per intero, da quando il sole casca giù dietro i tetti di lamiera e la luce si impiglia ai rami dei baobab millenari.
Si fa subito buio, in un attimo, tanto che i rami in lontananza sembrano radici rovesciate e ti chiedi dove sei finito, se sei ancora in superficie o giù nei meandri della terra rossa dove non arrivano nè il sole nè il monsone.

La notte si fa sentire dappertutto prima, si segnala.
La senti che il sole è ancora alto, come un rombo lontano, il rombo silenzioso delle cose mute.
Ma più che sentire, diciamo che la avverti.
La avverti nel tremore degli sparuti fili d’erba, qua e là nel piazzale e lungo le piste dei villaggi.
La vegetazione si inginocchia, mostra il suo rispetto per qualcosa che è di là ancora da venire.
E i polverosi corridoi tra le capanne si acquietano, e si accende qualche stella nelle lampade a olio rette dagli anziani che continuano a sfidarsi al gioco del bantumi.
Loro conoscono la notte, e in questo gioco di sottrazioni la insegnano ai nipoti.
La notte africana è una cosa sola, una democrazia.
Ma è anche un despota puntuale che ogni tardo pomeriggio scende a controllare l’esattezza delle terre, la lentezza delle acque, gli affari delle bestie e la giustizia degli uomini.
E anche se fosse il primo giorno della tua vita in cui hai messo piede in Africa, tu la sentirai, così come la sente il resto del creato.

Massada è il paese delle ombre sconfitte dalla luce. E la luce è prodotta dall’attrito del tuo corpo nella danza, se chiudi gli occhi dove il buio non ha stelle e ti fidi ad inseguire quei pochi gesti delle gambe, mistici e profani assieme, e il movimento del busto è uno scherzo o un rituale, è la memoria di quegli animali sacri che siamo stati.

La luce che sconfigge la notte senza appello si riflette nell’ottone bruno delle trombe e dei tromboni, nelle bacchette che si agitano come serpi contro le ossa dei tamburi. Se ti fidi della musica saprai come proseguire fino al cuore della notte.

Il cuore della notte, il suo nocciolo ceruleo ed indiscusso, è negli occhi di Antoinette, nelle sue vesti rosse come l’alba, nella cura con cui apparecchia i sandali accanto al prato, nella dolcezza con cui porge la mano e pronuncia senza voce
-sei a casa adesso, seguimi nel ballo-

La piazza dove il villaggio intero si è riversato per dare il benvenuto a noi uomini bianchi per la prima volta, non era altro che terra rotonda calpestata all’infinito da milioni di altri balli, ed io che di ballare non se ne parla proprio, mi sono perso in quel carnevale di braccia e gambe e canti, quando i bambini si addormentano sulle schiene delle madri, stremati, mentre queste continuano a seguire il ritmo forsennato.

Forse ballavano per noi, e noi con loro per la nostra vita, o forse insieme si stava cercando di scacciare il buio, il buio della notte e della morte, il buio del silenzio, della miseria e della solitudine, il buio di qualunque altra cosa.

Non lo so, forse non lo saprò mai per certo cos’è stata davvero quella prima notte africana, e se ne parlo con i miei compagni di quella notte -con Nico, con Lucio, con Andre- anche loro non sanno restituirmi tutto per intero.
Dopo allora , però, posso dire senza troppa presunzione di conoscere la notte, io e i miei compagni di strada possiamo dire -noi ci siamo stati, non abbiamo mancato a quell’appuntamento.”