Raffaele Pasqualotto in Togo
14 febbraio 2014

La ricerca dell’acqua


Era prestissimo quella mattina e già io e Victor, l’autista, eravamo in viaggio. Si doveva andare in un villaggio nei pressi di Afagnan Bletà per verificare se e dove fosse possibile scavare un pozzo. Quando siamo partiti, la nebbia si adagiava ancora molto fitta sulla savana e non fosse stato per il caldo afoso che rendeva l’aria pesante e per le palme e i baobab che spuntavano qua e la velati dalla nebbia, sarebbe potuto essere un paesaggio padano.

Sulla pista, molto stretta e sconnessa, che da Kouvè va ad Afagnan, s’incontravano ogni tanto dei contadini e alcune donne che si recavano al lavoro nei campi, e siccome il luogo dove dovevano andare era molto distante da casa si erano incamminati di buonora per arrivare sul posto prima che facesse troppo caldo per lavorare.

Ad Afagnan dovevamo prelevare Casimir il rabdomante, il parroco del villaggio e un architetto che nello stesso villaggio stava costruendo una chiesa.

Si costituiva così la compagnia della ricerca dell’acqua, cioè:

Un rabdomante, un prete, un architetto e un pensionato (io) volontario di Solidarietà Internazionale.

 

Non lo sapevo ancora ma, stavo per vivere una delle esperienze più straordinarie che mi siano mai capitate.

Così partiamo a bordo di un pick-up Toyota vecchio almeno quanto il proprietario. Una cosa che ho imparato è che in Africa, quando ci si mette in viaggio, non si può dire arriverò tra un’ora o tra mezza giornata, perché il viaggio può durare un tempo più o meno lungo, dipende da una serie di variabili che possono subentrare durante il tragitto. Può capitare di incontrare qualcuno in difficoltà e ci si ferma per aiutarlo, oppure la strada diventa improvvisamente impraticabile, la vettura s’impantana e bisogna scendere e cercare aiuto per portare la macchia all’asciutto, o ancora la macchina si guasta, e appunto parlando di guasti alla macchina; ecco che la nostra Toyota si guasta. Siamo fermi in mezzo alla savana con una ruota forata e senza il martinetto per poterla sostituire. Io ho pensato che saremmo dovuti andare a piedi fino al villaggio e lì chissà come trovare un mezzo per tornare a casa, poi avremmo dovuto pensare a come recuperare il pick-up, e invece no. In Togo sulle piste che collegano anche i più piccoli villaggi persi nella savana, circola una quantità di persone incalcolabile, e così dopo poco tempo si trovavano intorno al fuoristrada almeno una ventina di uomini e donne che facevano una gran confusione cercando ognuno di dare un consiglio, un’idea, un aiuto per risolvere il guasto. Dopo circa mezzora arriva una moto taxi, si ferma, il taxista scende, s’informa, riparte e dopo un’altra mezzora ritorna con il gommista e il martinetto. Ora si può sostituire la ruota. Si riparte.

Così si arriva al villaggio, in ritardo? No, non so, non avevamo nessun appuntamento, nessuno ci aspettava, o meglio ci aspettavano ma lì quando si aspetta, si aspetta e basta e quando arrivi ti prendono.

 

Ci rechiamo subito nella zona, dove dovrebbe situarsi il pozzo, un grande spiazzo adiacente alla chiesa in costruzione (veramente la chiesa esisteva già ma io non pensavo che la tettoia di legno e paglia lì vicina fosse una chiesa.), comunque diciamo s’incomincia a cercare l’acqua vicino alla chiesa nuova in costruzione. Veramente a cercare l’acqua comincia Casimir il rabdomante.

Intanto prima di raccontare tutto il cerimoniale con cui Casimir cerca l’acqua, vorrei precisare alcuni particolari.

Costruendo un pozzo, una delle opere più importanti che si possano realizzare in un villaggio togolese, non si rende semplicemente l’acqua fruibile per tutti ma si compie una trasformazione sociale, la vita del villaggio stesso cambia. Per esempio, i bambini che prima, a causa delle distanze del villaggio dai pozzi o dal

fiume, impegnavano la maggior parte del loro tempo per procurare l’acqua alla famiglia, invece di andare a scuola come dovrebbe essere per ogni bambino, ora con il pozzo, avranno molto più tempo a disposizione e potranno andare a scuola. Le donne che prima di andare al campo dovevano procurarsi l’acqua per irrigare gli ortaggi coltivati, percorrendo chilometri e chilometri di strada, ora avranno più tempo per la famiglia e per seguire meglio il proprio lavoro.

Per questo quando corre voce che alcune persone arriveranno per cercare l’acqua sotto terra e che probabilmente si costruirà un pozzo al villaggio, tutti corrono a vedere.

Casimir (il rabdomante) lo sa, e fa della sua ricerca una rappresentazione teatrale. Davanti a un pubblico numerosissimo, Casimir estrae dalla sua borsa una serie di pendoli grandi e piccoli, colorati, di argilla, di ferro, una vera e propria collezione di pendoli, sceglie con cura il pendolo più adatto (non so in base a cosa) e poi comincia a camminare intorno alla zona prescritta facendo roteare il pendolo davanti a se e facendosi sempre più prendere la mano dal pendolo, fino a quando è il pendolo stesso che lo guida e a un certo momento si stacca dalla mano del rabdomante e vola a qualche metro di distanza. Lì dovrebbe trovarsi, sotto terra; l’acqua. Questo rituale è ripetuto più volte e con altri pendoli, così, dice Casimir, si è sicuri che sia veramente quello il posto dove scavare.

Ma non è finita qui. Ora bisogna stabilire quanto scavare. A questo punto Casimir, che ormai è padrone della scena, chiama un giovane e gli ordina di andare a raccogliere un ramo a forma di forcella, gli dice le misure che deve avere il ramo, e il ragazzo parte per tornare dopo poco con una forcella che Casimir impugna immediatamente e comincia a concentrarsi su di essa per divenire una sola cosa, lui e la forcella, e stabilire così la profondità della vena acquifera.

Prima però incarica un altro ragazzo di contare quante volte la forcella si abbasserà verso la terra.

Tutto è pronto, comincia. Con un’aria molto seriosa, Casimir, si concentra, volge lo sguardo verso il cielo poi guarda la forcella poi ancora il cielo, quindi chiude lentamente gli occhi fino a estraniarsi da tutto e da tutti.

La forcella comincia a muoversi verso il basso, poi torna su e di nuovo giù e così per ventidue volte. Poi si ferma immobile.

Si risveglia Casimir, sbatte le palpebre come a dire; dove sono? Poi ripresosi, completamente, chiede al ragazzo: quante volte si è abbassata la forcella? Ventidue risponde il ragazzo, bene dice Casimir l’acqua si trova a ventidue metri di profondità. Non ci credo, come si può investire dei soldi basandosi su delle ricerche così fantasiose.

Vuoi scherzare? Mi dice l’architetto, che nel frattempo aveva preso le misure e tutti i dati per fare lo scavo, Casimir non ha mai sbagliato una volta! Abbiamo fatto decine di pozzi con lui e sempre si è trovata l’acqua dove e alla profondità che lui indicava. Tra pochi giorni, giusto il tempo di organizzare una squadra di lavoro, si comincerà a scavare.

Dopo una settimana cominciarono a scavare, e non vi dico come… Ma questa è un’altra storia.