Michela a Kouvé insieme a Freeman e Mario
5 settembre 2014

Scusami tanto ma… l’Afrique c’est chic!


Per quanto mi riguarda trovo che le cose più difficili del Gototogo siano due: la prima è tornare a casa, la seconda è parlare dell’Africa una volta tornata a casa.

Quest’anno accuso il ritorno ancora più degli anni passati.

Leggere i racconti dei miei compagni di viaggio mi fa sorridere, mi rievoca ricordi, e mi lega ancora più a loro, perché percepisco di aver vissuto qualcosa di comune.

Sono seduta in terrazza e c’è un leggero vento. Mentre scrivo allora immagino di essere seduta sulla terrazza di Kouvè, e che il vento sia quello caldo e profumato di legna bruciata dell’Africa.

Da quando sono tornata, ormai più di una settimana fa, non faccio altro che ricordare. Cerco in tutti i modi di organizzare un po’ i pensieri, tutto quello che ho vissuto quest’anno, cerco di riabituarmi alla routine italiana e molto spesso mi faccio prendere dalla nostalgia. In questi momenti allora mi metto a riguardare le foto, e sorrido. Sorrido con tutto il corpo e lascio che i ricordi si accavallino nella mia testa, e che la riempiano tutta.

E allora ecco che rivivo la mia eccitazione durante la partenza, l’abbraccio a sorpresa con Serge dopo un anno, trovare tutti i nostri bambini della Misericordia cresciuti, e pensare che ogni anno li troveremo sempre più grandi, e quanto è bello vederli crescere.

Penso alle risate delle maman, ai divertenti disagi dei viaggi in pulmino, alla terra rossa che ti fa sembrare ancora più bianca, la gara di ballo che organizzano sempre al nostro arrivo al Centro Sociale, e poi l’inizio del grest, al primo giorno quando noi italiani abbiamo inscenato la nuova storia del pesciolino Jean-Pierre, e quanto è stato emozionante vedere i loro occhi attenti prima, esplodere poi in applausi colmi di gioia. Ricordo Fra suonare De Andrè con la chitarra e tutti noi che cantiamo e stoniamo un pò.

Penso ai lavoretti, all’entusiasmo che può suscitare un pesciolino nato da un rotolo di carta igienica, ai tornei di pallacorpo giocati sotto la pioggia, alle loro danze che non saremo mai in grado di ballare senza sembrare ridicoli, ripenso alle cene piene di risate che spazzano via le fatiche della giornata, alla mattina in cui mi sono svegliata con il sole sorgermi negli occhi, e quindi ripenso a tutte le notti in cui ho dormito all’aperto con i ragazzini, con Dami, Madda e Koffi, e ai mal di pancia che le risate di quelle serate mi provocavano. Agli abbracci, ai baci della piccola Josephine e di Freeman, a tutti i bambini dell’orfanotrofio di Anehò, che porto sempre nel cuore. A quanto è difficile riaccompagnarli “a casa”, e a quanto è bello in fondo potergli regalare questa “vacanzina” tutti gli anni.

Ripenso alle uscite in bicicletta al tramonto per Kouvè, a quanto mi facciano sentire libera e tranquilla. Alle notti piene di stelle, guardate dalla terrazza più alta del nostro Centro Sociale, alle stelle cadenti, e a quanto è stato bello condividere quel momento con gli altri miei compagni.

Alle danzanti Messe in abiti togolesi, alle domeniche pomeriggio passate a cucinare insieme a Francisca e Abla, ai biscotti di Celestino, ai discorsi sulle adozioni a distanza fatte paradossalmente insieme ad un bambino dell’orfanotrofio: Prince. Alla cena italiana insieme a tutti i bimbi, quando abbiamo mangiato spaghetti con le mani. Alla giornata all’oceano, e anche a “Michela la femme rouge” a causa delle mie gambe ustionate, ricordo la fatica fisica e soprattutto psicologica dei giorni passati in ospedale da Koffi, alla felicità di riaverlo a casa di nuovo. Ricordo la bellissima giornata a Lomè, allo shopping sfrenato al grand marché, alla contentezza di mangiare un hamburger dopo tre settimane di carboidrati, e poi alla meravigliosa cena a sorpresa organizzata da Madda ed Ale in terrazza, una delle sere africane più belle di sempre.

All’emozione nel provare i nuovi abiti togolesi confezionati dalla nostra sarta Pippi, all’ultimo pomeriggio, sporche di terra fino al collo, giocando a calcio nel campo del liceo indossando la divisa del Togo, mentre i nostri piccoli avversari africani quella dell’Italia.

A quanto è stato gratificante vedere nascere la biblioteca, soprattutto se ripenso a quelle gelide mattine d’inverno passate a vendere torte per raccogliere fondi insieme ai miei compagni. Realizzo mentre catalogo libri che siamo stati proprio bravi.

Il gruppo GOTOTOGO 2014 a Kouvé

Ricorderò sempre l’ultima cena togolese a base di fufu, i balli fino a tardi, e scoccata la mezzanotte al compleanno della mia compagna di qualsiasi turno Giulia, rinominata dalla nostra mitica squadra degli orange Dulia.

Agli ultimi momenti in Togo, a Serge ed Abel che mi aiutano a fare la valigia, ai regali distribuiti a tutti, e soprattutto ai loro abbracci ricchi di commozione e soprattutto di arrivederci.

Porto a casa con me quel calore, che anche a chilometri e chilometri di distanza non mi fa sentire sola mai, il ricordo di tutte quelle persone spesso sconosciute che per strada mi salutavano chiamandomi per nome. Forse è proprio questo che mi lega così fortemente all’Africa: non solo i suoi profumi, i suoi colori, i suoi ritmi, ma le persone. Quelle persone che ogni anno sanno regalarsi a me, sanno regalarmi, in tutta la sua semplicità, la cosa più bella che io possa desiderare: l’affetto.

Per questo non potrò mai a fare a meno dell’Africa, perché lì ho un’altra piccola grande immensa famiglia che mi aspetta, e io attendo loro. Sempre.